La Polo, sportiva con classe

Il primo sport ad adottare come divisa una maglietta a maniche corte fu il polo, praticato dagli ufficiali britannici di guarnigione in India. Nonostante che a correre fossero i cavalli, il clima torrido imponeva ai cavalieri d’indossare capi per quanto possibile leggeri e capaci di assorbire al massimo la traspirazione. Di qui la scelta di tessuti a maglia piqué (jersey operato in modo da ottenere al contempo un buon spessore e un’elevata circolazione d’aria).
Uniche concessioni alla moda formale del tempo il colletto e l’allacciatura con tre bottoni, che dichiaravano la parentela del nuovo indumento con la camicia e di conseguenza la sua rispettabilità. Nasceva così sui green indiani un modello destinato ad entrare nel mito dell’abbigliamento. La bontà del prodotto fu testimoniata dalla sua rapida adozione da parte di altri sport, con opportuni adattamenti.
È il caso del rugby che, giocato prevalentemente in climi umidi e freddi, adottò polo a maniche lunghe e tessute con filato di lana. Poiché d’altra parte si trattava di uno sport in cui gli atleti vengono continuamente alle mani, il colletto e la bottoniera furono realizzati in solido tessuto trama e ordito rinforzato, in modo da evitare per quanto possibile strappi e lacerazioni per prese e colpi troppo decisi.

Il colpo del coccodrillo

Se il polo era uno sport riservato a una élite ultraristretta - mantenere uno o più cavalli è sempre prerogativa delle classi superiori - il rugby era d’altra parte troppo manesco e caratterizzato da acceso spirito di “college”. La polo sembrava quindi destinata a restare relegata all’attività sportiva.
La sua diffusione come indumento per il tempo libero, anche fuori dei campi da gioco, dovette attendere la fine degli anni Venti e un’iniziativa di sponsorizzazione sportiva, probabilmente la prima in assoluto, applicata a un altro sport d’élite, ma meno costoso del polo: il tennis.
Si tratta di una storia con personaggi francesi: i quattro migliori giocatori transalpini dell’epoca - Lacoste, Coche, Borotra e Brugnon, ribattezzati dal pubblico osannante i “quattro moschettieri” - compivano nel 1927 l’impresa mirabolante di battere gli Americani in casa loro nella finale della Coppa Davis e di portare la mitica insalatiera per la prima volta nel Vecchio Continente. Per cinque anni di seguito, dalle logge dello stadio Roland Garros, il bel mondo parigino, compreso il Presidente della Repubblica, si entusiasmò e applaudì i successi dei quattro tennisti di casa e in particolare di René Lacoste, soprannominato “le crocodile” per il suo gioco astuto e inesorabile da fondo campo e per il rovescio, potente e micidiale come il colpo di coda del rettile africano.
L’epopea tennistica s’interruppe nel 1933 quando, ormai ritiratosi Lacoste, sbarcò alla Gare du Nord la squadra inglese capitanata da Fred Perry, che riportò per molti anni la Coppa sui campi in erba d’oltre Manica.
Ritiratosi a vita privata, Monsieur Lacoste avviò, con notevole fiuto imprenditoriale, la produzione in serie del modello chemise polo indossato in tanti incontri vittoriosi, personalizzandolo con la silhoutte di un coccodrillo, cucita all’altezza del cuore.
Da parte sua, mister Perry, conclusa la carriera tennistica qualche anno più tardi, decise di continuare la competizione con l’avversario francese anche fuori dei campi di gioco, trasformandosi a sua volta in produttore di capi di abbigliamento per il tennis, da buon inglese compassato e amante della tradizione classica, scelse come marchio la corona d’alloro che incoronava i vincitori d’Olimpia.
Nel nostro paese la tradizione tennistica in quegli anni non era all’altezza della situazione; gli annali della Coppa Davis segnalano infatti soltanto due vittorie a livello di zona europea, seguite da secche sconfitte al turno successivo per mano, decisamente pesante, della squadra americana.
Non così, per fortuna, era la situazione dell’industria della maglieria e quindi l’occasione fornita dall’affermarsi a livello internazionale della polo fu colta al volo, dando vita a una tradizione che dagli anni Trenta continua con crescente successo. In questa nostra epoca di grande diffusione della sponsorizzazione i migliori campioni indossano capi con marchi italiani, ma già nel 1938 un manifesto pubblicitario di piglio littorio - autentica rarità collezionistica - della maglieria Cagi presentava un elegante tennista in polo bianca. Dai campi da tennis, quelli rossi di terra di Francia e Italia, verdi d’erba delle isole britanniche e grigi di cemento della costa orientale degli Usa, muoveva i primi passi la moda per il tempo libero: gli uomini si rendevano conto che gli indumenti tanto adatti all’attività sportiva, oltre che comodi, erano belli ed eleganti e quindi potevano risolvere il problema dell’abbigliamento per la vita all’aria aperta.

(tratto da Maglia Maglietta Maglione di Paolo Lombardi, Idea Libri, 1985)

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